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Author Archive Angelo Vicelli

Cosa significa essere resiliente?

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Innanzitutto che cos’è la resilienza?

Le origini del termine sembrano radicarsi nella metallurgia e nella scienza dei materiali, nel cui contesto indica la capacità di riprendere la forma originale dopo aver subito un piegamento, allungamento o compressione. Poi il termine si è diffuso ed è diventato di utilizzo trasversale: informatica, ingegneria, medicina… e psicologia.

Proprio in psicologia spesso viene considerato resiliente colui che nell’esperienza traumatica non vive alcun dolore, come se attorno alla persona ci fosse una guaina protettiva ed ogni problema “rimbalzasse” senza sofferenza. Anche l’etimologia sembrerebbe confermare questa tesi, con l’origine latina dal verbo “resalio”, iterativo di “salio”, che significa appunto rimbalzare. In realtà mi sembra più appropriata la suggestiva interpretazione secondo la quale il termine indicava l’atto di risalire sulla barca capovolta dalle onde del mare.

La cultura orientale è da sempre volta a questa interpretazione delle esperienze traumatiche: in Giappone esiste una particolare tecnica, detta “kintsugi”, che consiste nel riparare gli oggetti che si rompono riempiendo le spaccature con dell’oro, sottolineando metaforicamente come sia possibile riprendersi da una ferita, uscendone arricchiti dall’esperienza.

“È nella crisi che nascono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.” A. Einstein

La singolarità della resilienza è proprio questa: i momenti di difficoltà possono dimostrarsi vantaggiosi. Sempre e in qualunque caso? Proprio no, saremo in grado di trasformare le difficoltà, piccole o grandi, in opportunità di crescita solo se affrontiamo lo studio, il lavoro e la vita con un atteggiamento che sia orientato alla ricerca di una soluzione. In cinese, l’ideogramma “crisi” è un simbolo composto da due segni: “pericolo” e “momento cruciale”. Per quanto riguarda il secondo segno, sta a noi trasformarlo in “opportunità”. E tu quale scegli? 

Quiz di autovalutazione

Un piccolo test per scoprire quanto siete stati resilienti nel vostro percorso di vita.

“È necessario sapere se un individuo continuerà ad andare avanti anche quando la situazione diventerà frustrante. La mia impressione è che, dato un determinato livello di intelligenza, il reale successo di un individuo sia funzione non solo del talento, ma anche della capacità di sopportare la sconfitta.” D. Goleman

  1. Nel tuo lavoro sei avvolto in una routine senza possibilità di fermarti per trovare nuove soluzioni ai problemi quotidiani?
  2. Quando parli con qualcuno rimani sempre rigido sulle tue convinzioni o sei aperto a nuove possibilità?
  3. Di fronte ad una nuova sfida sei stimolato o paralizzato?
  4. Se ti si dovesse spegnere il computer a metà del lavoro senza aver salvato quello che avevi scritto fino a quel momento come reagiresti? Passi molto tempo con manifestazioni di rabbia oppure provi a pensare che magari è un’occasione per fare meglio quello che avevi già scritto?
  5. Quando ti capita di perdere una gara nel tuo sport ti lasci sopraffare da rabbia e tristezza oppure ti viene voglia di allenarti ancora di più per migliorare?
  6. Prima di un esame universitario, o di altro tipo, sei molto ansioso. Rimani paralizzato oppure provi a pensare che potrebbe essere un’opportunità di imparare a gestire quella situazione?
  7. Di fronte ad una difficoltà che può essere di diverso tipo (es. non parte la macchina, non riesco a trovare lavoro…) te la prendi con il destino oppure ti orienti a trovare una soluzione?
  8. Quando fallisci prendi spesso delle scuse (non ho avuto tempo, c’era traffico, non ho trovato un passaggio…) oppure ti prendi la responsabilità e ti impegni per recuperare?

In definitiva quali sono parole chiave che organizzano la tua vita?

  • lamentele, scuse, rigidità, paralisi…
  • opportunità, apertura, responsabilità, imprevisto…

Valutazione “in equilibrio”

Propongo anche un piccolo esempio di come può essere valutato il grado di resilienza applicando le considerazioni sopra riportate alla capacità di equilibrio.

Facciamo salire una persona su una pedana propriocettiva e gli chiediamo di rimanere in equilibrio per 1 minuto. Se per quella persona fosse troppo facile farlo con due piedi, possiamo chiedergli di farlo con un piede solo o addirittura con gli occhi chiusi, fino a che troviamo un livello di difficoltà adeguato per quella persona, in modo da fargli perdere l’equilibrio almeno qualche volta.

La valutazione, a questo punto, si concentrerà non tanto su quante volte perderà l’equilibrio, ma se e quanto tempo ci mette per “provare” a recuperarlo. Questo è solo un esempio, che può essere traslato anche in altri modalità, purchè, come in questo caso, dia la possibilità di fare una valutazione con una o più situazioni in cui non si riesce nell’obiettivo, situazioni di fallimento, di “caduta”, di “perdita dell’equilibrio”.

 

Per chiunque è interessato ad approfondire questa tematica può contattare il Dott. Vicelli per conoscere tutti gli appuntamenti disponibili di corsi di formazione oppure crearne uno su misura. 

 

Se dico “emozioni”, cosa (pensi) senti?

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Le emozioni, queste sconosciute, sono quasi delle estranee nella nostra cultura, nei nostri sistemi educativi. Questa carenza di programmi specifici, che mettono l’attenzione al riconoscimento delle emozioni in sè stessi, negli altri e come reagire ad esse, è uno dei motivi per cui quasi quotidianamente purtroppo sentiamo notizie di questo genere:

  • A 19 anni uccide l’ex incinta la nasconde e va a scuola (link)
  • Mamma uccide i figli di 2 e 5 anni, poi tenta il suicidio (link)
  • Ragazzo si suicida dopo essere stato lasciato dalla fidanzata (link)
  • 15enne violentata da un gruppo di 5 ragazzi, 4 minorenni (link)

Dove possiamo ricercare le origini della mancanza di attenzione a questo tema? Per qualcuno uno dei responsabili potrebbe essere il filosofo francese del XVII secolo Cartesio. La certezza cui era giunto si può riassumere in: “Cogito, ergo sum”, ovvero “Penso, dunque sono”, rinforzando così l’idea del dualismo tra mente e corpo, tra pensiero e sentimento. Cartesio era infatti convinto che seppure conciliabili mente e corpo fossero separate e ha messo l’accento sulla mente pensante e razionale a dispetto del corpo e delle sue emozioni.

Ma questo cosa c’entra? Le idee di Cartesio hanno messo le basi per il moderno pensiero filosofico e queste concezioni hanno fatto breccia in tutti i rami delle scienze, nella vita sociale e anche nelle varie istituzioni scolastiche. Infatti ancora oggi viene data molta più importanza nei vari percorsi formativi scolastici alle competenze logiche e matematiche rispetto alle dinamiche emotive e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Mi capita di frequente che alla domanda posta nel titolo, ovvero “cosa senti?” o “come ti senti?” Le risposte son quasi sempre generali, del tipo “bene”, “normale”, e quando si indaga un po’ di più sul sentire vengono fuori delle risposte sulle proprie azioni: “sto parlando con te…” o sui propri pensieri: “penso a cosa dirai dopo.”, ma difficilmente viene detto qualcosa riguardante le proprie emozioni. Questo indica una scarsa consapevolezza delle proprie emozioni. Prevale il “Penso, dunque sono” di Cartesio.

Provate anche voi in questo momento a fare un veloce esperimento:

  • rispondete alla domanda “come ti senti in questo momento?
  • poi rispondete a questa: “quanto fa 7×5?
  • a quale domanda è stato più facile rispondere?

Cosa possiamo fare? Occorre, oggi più che mai, sviluppare quella che Daniel Goleman ha definito Intelligenza Emotiva. Essa consiste di diverse capacità che possono essere “allenate”. Il primo passo è quello della consapevolezza, ovvero riconoscere le emozioni che proviamo e in che intensità, cercare delle strategie per gestirle nel modo più efficace a seconda degli obiettivi, poi riconoscerle negli altri (empatia) e infine imparare a trattare con efficacia le interazioni, ma soprattutto i conflitti con gli altri.


Conosci te stesso
(da “Intelligenza Emotiva” di Goleman)

Un samurai bellicoso sfidò un maestro Zen chiedendogli di spiegare i concetti di paradiso e inferno. Il monaco, però, replicò con disprezzo: “Non sei che un rozzo villano; non posso perdere il mio tempo con gente come te!”. Sentendosi attaccato nel suo stesso onore, il samurai si infuriò e sguainata la spada gridò: “Potrei ucciderti per la tua impertinenza”. “Ecco” replicò con calma il monaco “questo è l’inferno”. Riconoscendo che il maestro diceva la verità sulla collera che lo aveva invaso, il samurai, colpito, si calmò, ringuainò la spada e si inchinò, ringraziano il monaco per la lezione. “Ecco” disse allora il maestro Zen “questo è il paradiso”.

Nel nostro percorso di crescita dobbiamo tenere presente alcuni  aspetti teorici fondamentali:

Le emozioni sono inevitabili. Si possono vivere e si possono imparare a controllare. Quindi soprattutto gli educatori dovranno evitare nel modo più assoluto di usare frasi del tipo:

  • ”Non avere paura!”
  • ”Non essere triste…”
  • ”Non arrabbiarti!!!”

Il ruolo di base delle emozioni è di assistere l’organismo nella conservazione della vita. Infatti anche quelle che vengono considerate più negative fungono da campanello di allarme sull’attività del nostro corpo. Ad esempio:

  • La paura fa in modo che il sangue si concentri al centro del nostro corpo per proteggere gli organi vitali e trascurare le parti meno importanti come le estremità delle dita.
  • Il disgusto causa un sollevamento del labbro superiore e un arricciamento del naso, che sono probabilmente dei tentativi primordiali di difendersi da un odore nocivo o di sputare un cibo velenoso.

Inoltre le emozioni sono dei vissuti corporei, cioè attraverso l’allenamento possiamo sentire cosa succede al nostro corpo quando proviamo le diverse emozioni, ad esempio:

  • con la vergogna il sangue affluisce nella testa e sentiamo scaldarsi in modo particolare le guance.
  • con la rabbia il sangue affluisce nelle mani per rendere più facile prepararsi a sferrare un pugno. Si usa anche un espressione verbale “prudere le mani dalla rabbia”.

In modo particolare quest’ultimo aspetto è stato trascurato, pensando in molti casi che si potesse modificare agendo esclusivamente sui pensieri. Le emozioni risiedono nel corpo.

“…troppe persone vivono esclusivamente nella propria testa, con pochissima coscienza di ciò che accade al di sotto del loro collo. Non si rendono conto di trattenere il respiro nè sono in grado di dire se il loro respiro sia superficiale o profondo. La maggior parte delle persone non percepisce le proprie gambe e i propri piedi. Sanno che ci sono, ma li usano soltanto come supporti meccanici. La percezione non è una funzione meccanica. Un’automobile può andare benissimo, ma non percepisce niente. La percezione è una funzione del sentire.” Alexander Lowen 

 

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È possibile educare con lo sport di base?

Angelo Vicelli No Comments

Uno dei miei insegnanti mi ha trasmesso la passione per la scoperta dell’etimologia delle parole e così voglio iniziare proprio dall’origine della parola EDUCAZIONE.

Educazione” ha origini latine, deriva da “ex” (=fuori) e “duco” (=condurre), quindi il significato completo rimanda ad un’azione di scoperta di un nuovo mondo, un mondo fatto di sensazioni, emozioni, pensieri e di una loro espressione da parte del bambino.

In questo nuovo mondo il bambino ha bisogno di sapere che c’è una guida che nella necessità possa prenderlo per mano, ma ha anche bisogna che quella stessa guida, a volte sia in grado di lasciargli la mano, perché così abbia la possibilità di sbagliare.

Il destino di questa “guida” è condiviso da tutte quelle figure che ruotano intorno al bambino nell’ambito sportivo (e non), quindi: genitori, maestri scolastici, insegnanti e collaboratori sportivi, dirigenti, custodi, ecc… La differenza sta nel ruolo diversificato di ognuno di loro e senza il rispetto reciproco per il lavoro e per il ruolo di tutti ci saranno molte problematiche che ricadranno proprio sul bambino.

Arrivo ora a prendere in considerazione la domanda racchiusa nel titolo: è davvero possibile agire un’azione educativa attraverso lo sport di base? Con sport di base intendo il coinvolgimento di bambini e ragazzi che non praticano sport con un impegno agonistico.

Sicuramente questo compito è arduo, in quanto il nostro contesto culturale e sociale è orientato, più che a tirar fuori, a mettere dentro. Nella maggior parte dei contesti educativi ho notato che gli obiettivi principali sono quelli di “mettere dentro” la testa di bambini e ragazzi nuove conoscenze o competenze, e questi diventano così dei contenitori, dei ricettori passivi dell’azione degli “insegnanti”.

La stessa situazione viene riproposta a casa con la televisione, grazie anche alla quale la percentuale delle persone interessate alla lettura è ormai al di sotto della metà della popolazione italiana. In dosi eccessive, la televisione è un killer dell’immaginazione, uno strumento che ci rende degli ascoltatori e osservatori passivi, in quanto fornisce una realtà già confezionata, togliendo così la possibilità di costruirsi un’immagine di quel protagonista o di immaginarsi ogni minimo particolare di quella battaglia.

“Li interrogo e mi rispondono. E parlano e cantano per me. Alcuni mi portano il riso sulle labbra o la consolazione nel cuore. Altri mi insegnano a conoscere me stesso e mi ricordano che i giorni corrono veloci e che la vita fugge via. Chiedono solo un unico premio: avere libero accesso in casa mia, vivere con me quanto tanto pochi sono i veri amici.” (Petrarca)

In questa situazione così delicata lo sport può rappresentare un volano fondamentale nel percorso di crescita di bambini e ragazzi. Ho sottolineato “può”, perché come ha detto qualcuno, non sempre lo sport fa bene, dipende! Infatti l’insegnante sportivo che ha a cuore l’educazione dei propri allievi dovrà dare loro la possibilità di provare e di sbagliare, in modo tale che, con la guida dell’insegnante, il bambino possa trovare quale sia la soluzione più efficace per lui in quel contesto. Faccio un esempio: il bambino che sta imparando a tirare a canestro non ha bisogno di un insegnante che gli spieghi fin da subito nei minimi dettagli e con assoluta precisione come piegare le gambe, come tenere le mani sul pallone, ecc… Non ha bisogno di un insegnante che lo corregga continuamente mentre sta provando ad eseguire il gesto!

ANZI! Il comportamento di quell’insegnante che ho appena descritto crea due problemi: uno di ordine fisiologico e l’altro prettamente psicologico.

Le correzioni dall’esterno di un’azione motoria inibiscono il meccanismo di apprendimento basato sul feedback, ovvero un’informazione che dai muscoli torna al cervello dandogli tantissimi riferimenti su come quel minuscoli si è mosso. Quindi quell’insegnante gli sta togliendo la possibilità di sperimentare un vero apprendimento, intervenendo al posto del meccanismo di feedback dando una soluzione dall’esterno, “mettendo dentro”!

Il secondo problema è che il bambino si abituerà ad ascoltare ed eseguire passivamente quello che gli viene detto. Non sarà quindi abituato in futuro a trovare soluzioni a nuovi problemi, perchè qualcuno l’ha sempre fatto al posto suo e gliele ha fornite già confezionate. Non è cosa da poco! Il nostro cervello è “plastico”, ovvero si modifica con il tempo attraverso le esperienza e se il bambino avrà la possibilità fin da piccolo di arrivare a trovare la SUA soluzione fin da piccolo, rinforzerà quei circuiti neurali, in caso contrario si indeboliranno sempre di più.

Questo sarà utile sia in ambito sportivo, perchè il bambino che vuole diventare un atleta professionista bisogna che strutturi questa abilità, ma diventa fondamentale anche per quel bambino che ora, a 8 anni, sta giocando a basket, ma da grande diventerà un ingegnere, un commerciante, un medico, un prete o qualunque cosa vorrà essere.

Questi fondamenti sono alla base della proposta didattica delle attività che organizziamo come 360 Sport, sono impegnato in prima persona in riunioni con genitori e insegnanti e credo fortemente che si possa educare attraverso lo sport!

 

 

E tu cosa ne pensi? Se hai figli come ti relazioni con loro sulla base di queste idee? Sei un insegnante sportivo? Racconta la tua esperienza nei commenti qui sotto. 

 

Articolo 0: perchè scrivo questi articoli?

Angelo Vicelli No Comments

Ho deciso di scrivere una serie di articoli, a disposizione di tutti, su diverse tematiche: PSICOLOGICHE, EDUCATIVE, SPORTIVE. Chi è stimolato e incuriosito potrà approfondire gli argomenti in specifici corsi di formazione.

VOGLIO impostare i titoli di tutti gli articoli (o quasi) con una domanda, in quanto sono nati a partire da una mia curiosità nei vari ambiti. Una curiosità che mi ha spinto a studiare, a ricercare il pensiero di altri autori contemporanei o del passato. Posso definire questa curiosità anche con il nome di EROS, ovvero un amore per il sapere, sapere sempre di più su questi temi, che mi è stato trasmesso grazie all’incontro di alcuni miei Insegnanti.

Ho avuto poi la possibilità di osservare da più punti di vista privilegiati questi miei ambiti di interesse.

  • Le attività sportive che organizzo tramite la mia società (360 Sport S.S.D. a r.l.) mi hanno permesso di entrare in contatto con tanti bambini e ragazzi e di relazionarmi con genitori e insegnanti. La gestione di impianti sportivi è stata una componente di fondamentale importanza che mi ha fatto confrontare sia con le esigenze delle singole persone, ma anche con quelle del bene pubblico.
  • Attraverso la collaborazione con una squadra di psicologi e la continua supervisione del Dott. Marcantognini Sammy, un vero e proprio mentore per me, ho avuto modo di conoscere gli aspetti del lavoro con atleti professionisti e di mettere a disposizione le mie conoscenze in diversi corsi di formazione.
  • L’esperienza dirigenziale al Consiglio Regionale CONI delle Marche, la direzione del Settore Nazionale Tennis di un ente di promozione sportiva (ASI) e la partecipazione al gruppo di lavoro in psicologia dello sport dell’Ordine degli Psicologi Marche mi hanno permesso di comprendere dinamiche politiche a vari livelli.

Queste vivaci esperienze sono state ricche di spunti di riflessione e ho pensato di raccogliere le mie considerazioni in questa serie di articoli a disposizione di tutti.

BUONA LETTURA!

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Master in Psicologia dello Sport 2018

Dott. Vicelli Angelo | Docente al Master annuale