Lo sport si vede nel gesto, nel risultato, nella classifica. Ma una parte decisiva di ciò che accade a un atleta rimane invisibile: il modo in cui vive l’attesa, affronta la pressione, reagisce all’errore, attraversa un infortunio, percepisce il proprio corpo e costruisce la relazione con allenatori, compagni e avversari.
È proprio da questa parte meno visibile dello sport che nasce una nuova collaborazione professionale che sono felice di annunciare.
Sarò l’autore di una rubrica mensile dedicata alla psicologia dello sport per SportdiPiù, giornale di informazione sportiva fondato nel 2008 e impegnato nel racconto delle diverse espressioni dello sport.
Sarà uno spazio nel quale cercherò di osservare ciò che accade dentro e intorno alla prestazione, andando oltre alcune semplificazioni ancora molto diffuse.
La psicologia dello sport, infatti, non coincide con una raccolta di tecniche per essere più motivati, pensare positivo o eliminare rapidamente l’ansia. Il lavoro psicologico comincia spesso proprio quando si smette di considerare ogni emozione difficile come un ostacolo da rimuovere e si prova, invece, a comprenderne la funzione.
Parleremo certamente di concentrazione, fiducia, gestione della pressione e preparazione mentale. Ma parleremo anche di identità, vulnerabilità, aggressività agonistica, relazioni, aspettative, paura del giudizio, rapporto con il corpo, transizioni di carriera e momenti nei quali l’atleta non si riconosce più nelle proprie prestazioni.
L’obiettivo sarà mantenere insieme due esigenze che non dovrebbero mai essere separate: il rigore psicologico e la capacità di raccontare lo sport in modo vivo, concreto e comprensibile.
Non mi interessa proporre formule valide per chiunque o trasformare la complessità della mente in una sequenza di consigli veloci. Vorrei, piuttosto, offrire chiavi di lettura che aiutino atleti, allenatori, genitori, dirigenti e appassionati a osservare con maggiore precisione ciò che avviene nei momenti decisivi: quando il corpo si irrigidisce, quando il pensiero accelera, quando l’errore sembra occupare tutto lo spazio, quando la prestazione diventa un giudizio sul proprio valore o quando bisogna ricostruire un equilibrio dopo una battuta d’arresto.
La collaborazione con SportdiPiù si inserisce in un dialogo già iniziato nelle scorse settimane, quando la testata ha dedicato un approfondimento al libro “Il Diario di preparazione mentale dell’atleta”, scritto insieme a Sara Pretelli.
Il primo articolo della rubrica sarà dedicato a uno dei momenti più delicati nella vita di uno sportivo: l’infortunio.
Un infortunio non interrompe soltanto un gesto atletico. Può modificare la percezione del tempo, mettere in discussione l’identità, alterare il rapporto con il proprio corpo e creare una distanza dolorosa dal gruppo e dalla quotidianità sportiva. Anche quando il recupero fisico procede correttamente, l’atleta può continuare a sentirsi fragile, esitante o estraneo a quel corpo che, fino a poco tempo prima, rappresentava il suo principale strumento di espressione.
Racconteremo anche questo: ciò che accade quando lo sport si ferma, ma la mente continua a gareggiare.
Condividerò sul mio sito e attraverso i miei canali ogni nuova uscita. Sarà un’occasione per approfondire la dimensione psicologica dello sport senza separarla dalla realtà del campo, dagli ambienti nei quali gli atleti crescono e dalle esperienze umane che ogni prestazione porta con sé.
Perché dietro ogni risultato c’è sempre qualcosa che il risultato, da solo, non riesce a raccontare.

