La mia storia, il mio approccio

Ho sempre pensato che una persona non si capisca davvero da una sola prospettiva.
Non basta ascoltare ciò che racconta. Bisogna vedere anche come lo vive, come lo attraversa, come il corpo partecipa, come cambia sotto pressione, come si muove nei contesti, nelle relazioni, nelle sfide.

Mi chiamo Angelo Vicelli e il mio percorso nasce proprio da questa convinzione: cercare di comprendere le persone senza ridurle mai a un solo punto di vista.
 
Probabilmente questa ricerca non è iniziata quando sono diventato psicologo. È iniziata molto prima, in modo meno ordinato, meno consapevole, ma già molto concreto. È iniziata osservando il comportamento, i silenzi, le reazioni, i blocchi, la differenza sottile ma enorme tra ciò che una persona sa fare e ciò che riesce davvero a esprimere quando conta. È iniziata nello sport, nelle relazioni, nelle responsabilità organizzative, nelle situazioni in cui capisci che la teoria da sola non basta e che le persone non si lasciano mai leggere da un’unica prospettiva.
 
Oggi sono psicologo, laureato in Scienze e Tecniche Psicologiche e in Psicologia Clinica, ma il mio percorso si è costruito anche attraverso una laurea magistrale in Scienze e Tecniche delle Attività Motorie Preventive e Adattate e una laurea magistrale in Scienze della Nutrizione Umana. A questo si sono aggiunti master, approfondimenti e anni di lavoro sul campo, tra cui una formazione specifica in psicologia dello sport, ambito in cui ho lavorato a lungo anche come docente in master dedicati.

Questi titoli sono diventati nel tempo tre modi diversi di guardare la stessa persona. La psicologia mi ha dato strumenti per comprendere vissuti, emozioni, pensieri, relazioni, dinamiche profonde. Le scienze motorie mi hanno insegnato a non perdere mai di vista il corpo, l’attivazione, il gesto, la regolazione, il modo in cui una persona si muove concretamente nel mondo. Le scienze della nutrizione hanno aggiunto un altro livello ancora: il rapporto con l’energia, con il ritmo, con l’equilibrio, con il cibo, con il corpo vissuto e percepito. È da qui che nasce il mio approccio. Non da una somma di titoli, ma da una convinzione precisa: le persone non si capiscono bene se le si guarda da una sola lente.

A dire il vero, il corpo e il movimento facevano già parte di me prima ancora di diventare cornici teoriche. Ho fatto il maestro di tennis. E chi ha vissuto davvero questi contesti sa che non insegnano solo tecnica. Ti insegnano a leggere la postura di una persona quando è in difficoltà. Ti insegnano che l’errore non è mai solo un errore. Ti insegnano che c’è una differenza enorme tra ripetere un gesto ed essere davvero presenti in quel gesto. Ti insegnano che spesso il problema non è “cosa fare”, ma cosa accade dentro mentre lo stai facendo.
Ricordo ancora molte situazioni in cui questa consapevolezza si è imposta con forza. Un atleta che in allenamento eseguiva tutto perfettamente e poi, in gara, sembrava diventare un’altra persona. Un ragazzo bravissimo che non mancava di talento, ma si spegneva appena sentiva su di sé uno sguardo di troppo. Un genitore che, convinto di motivare, stava in realtà caricando il figlio di un peso che non sapeva sostenere. Un dirigente che parlava di organizzazione e risultati, mentre il vero problema stava nella tensione che attraversava silenziosamente tutto il gruppo. In molti momenti come questi ho capito sempre di più che la prestazione, il benessere, la crescita personale, il funzionamento di un team o di una famiglia non possono essere letti in modo riduttivo. Serve uno sguardo più ampio. Più preciso. Più vivo.

Negli anni ho lavorato con bambini, ragazzi, genitori, insegnanti, allenatori, dirigenti, professionisti, aziende, associazioni, società sportive, istituzioni. Ho imparato a muovermi in contesti molto diversi tra loro, ma in fondo uniti da domande simili: come affrontare la pressione? Come reggere i momenti di passaggio? Come non perdersi nelle proprie reazioni automatiche? Come stare meglio? Come funzionare meglio? Come mettere ordine dove c’è confusione? Come non ridursi alla superficie di ciò che appare?

Una parte molto importante della mia storia professionale si è sviluppata nello sport. Ho collaborato come psicologo con associazioni e società sportive di discipline diverse e con atleti singoli, dall’agonista fino al campione del mondo. Nel tempo ho lavorato con persone provenienti da tennis, calcio, pallavolo, arrampicata, basket, scherma, pentathlon, triathlon, tiro con l’arco, taekwondo, padel e molte altre discipline. Ogni sport ha il suo linguaggio, certo. Ma sotto il linguaggio tecnico restano sempre alcune grandi questioni umane: la gestione dell’errore, la pressione, l’identità, il rapporto con il limite, la leadership, la concentrazione, l’aggressività, il corpo, il tempo, l’attesa, la paura di non riuscire.

Collaboro da diversi anni con la Federazione Italiana Tennis e Padel come psicologo. Collaboro con la FIGC, intervenendo nei centri federali, nei percorsi rivolti ai genitori e nella formazione di dirigenti e allenatori. Sono stato responsabile del progetto tutela minori FIGC per la Regione Marche, un’esperienza che mi ha messo ancora più davanti all’importanza degli ambienti, della responsabilità educativa, della qualità delle relazioni che si costruiscono intorno ai più giovani. Ho collaborato anche con la Federazione Bocce e ho svolto docenze per la Scuola dello Sport regionale del CONI.
Ma la verità è che il mio sguardo sullo sport non viene solo dalla psicologia applicata allo sport. Viene anche dall’averlo attraversato da dentro, da ruoli diversi, per anni. Ed è lo stesso per il lavoro con gruppi, aziende e organizzazioni. In quei contesti non porto soltanto una lettura teorica, ma anche un’esperienza diretta di gestione, responsabilità e decisione.

Per oltre 15 anni ho maturato esperienza nella gestione diretta come presidente e amministratore unico di associazioni sportive e società. Ho vissuto da vicino dinamiche organizzative, conflitti, difficoltà decisionali, problemi di ruolo, pressioni, aspettative, relazioni che tengono in piedi un sistema o lo logorano lentamente. Sono stato consigliere regionale CONI per 10 anni e da oltre 15 anni sono responsabile nazionale del settore tennis dell’ASI, ente di promozione sportiva. Tutto questo, oggi, quando entro in un’azienda o in una società sportiva, cambia profondamente il mio modo di leggere ciò che accade. So quanto spesso i problemi vengano chiamati “tecnici” quando, in realtà, sono umani. So quanta parte del risultato si giochi nella qualità della comunicazione, nella gestione della pressione, nella chiarezza dei ruoli, nella leadership, nelle tensioni che si accumulano e che, se ignorate, diventano struttura.

Ho collaborato con istituti scolastici per la formazione del personale, con diverse aziende nazionali e multinazionali per progetti formativi e di sviluppo delle competenze, e ho tenuto corsi rivolti a gruppi molto piccoli come a platee molto grandi, da 5 persone fino a 800 partecipanti. Anche qui, per me, non si è mai trattato soltanto di trasmettere contenuti. La formazione, quando è fatta davvero, tocca sempre qualcosa di più profondo: il modo in cui le persone si vedono, si ascoltano, si organizzano, si difendono, apprendono, resistono, cambiano.
 
Un’altra componente fondamentale del mio lavoro è la scrittura. Mi piace scrivere. Mi è sempre piaciuto. E mi piace scrivere in modi diversi. In alcuni momenti sento ancora il bisogno della scrittura a mano libera: perché obbliga a rallentare, perché lascia passare il pensiero dal corpo, perché trattiene una traccia fisica che la tastiera non dà. Altre volte, molto più spesso, scrivo al computer per praticità, rapidità, possibilità di montare e rimontare le idee. In entrambi i casi, però, la scrittura per me non è mai solo produzione di testo: è un modo di pensare, di chiarire, di creare ordine, di restituire. Sono autore di pubblicazioni e materiali didattici. Tra i lavori a cui sono più legato ci sono Sentirsi e Il Diario dell’Allenatore, entrambi diventati best seller Amazon nelle rispettive categorie. In passato, insieme ad altri colleghi, ho anche vinto il primo premio del concorso letterario CONI. Sono riconoscimenti che mi fanno piacere, certo, ma che soprattutto mi confermano una cosa: la parola, quando è ben usata, può diventare strumento di comprensione, di formazione, di cambiamento.

Nel mio percorso ci sono anche progetti costruiti insieme ad altri, che raccontano il valore che attribuisco alla collaborazione e alla generazione di contesti. Sono stato socio fondatore della cooperativa sociale Polis e dell’Università Popolare Ethica. Collaboro attivamente con professionisti di discipline diverse, perché non credo nelle identità professionali chiuse e autosufficienti. Credo nel rigore, sì, ma anche nel dialogo serio tra competenze.
Ho collaborato anche con il Panathlon, con docenze in incontri e momenti di confronto, e in generale ho sempre cercato di muovermi in quei punti in cui sport, educazione, cultura organizzativa, crescita personale e responsabilità sociale si toccano davvero.

Sul piano personale, vivo con mia moglie e i miei due gemelli. E questa non è una nota accessoria da mettere in fondo, quasi per cortesia. Fa parte di ciò che sono. La vita familiare, i ritmi reali, la presenza, la complessità del quotidiano, il fatto che ogni giorno ti chieda di esserci davvero e non solo di funzionare, tutto questo entra inevitabilmente nel mio modo di guardare le persone. Non nel senso di “confondere i piani”, ma nel senso di restare umano mentre si prova a essere professionali. Credo molto nello studio, nella competenza, nella formazione continua. Ma credo anche che lavorare con le persone richieda qualcosa di più di una preparazione teorica impeccabile: richieda il contatto con la vita.

Forse, in fondo, è proprio questo il filo che tiene insieme tutto il mio percorso. Il tentativo costante di non frammentare. Di non dividere la mente dal corpo, la prestazione dal benessere, il ruolo dalla persona, la teoria dalla pratica, l’individuo dal contesto, la competenza dall’esperienza vissuta.
È questo che provo a portare nel mio lavoro, ogni volta che incontro una persona, un atleta, un genitore, un team, un dirigente, un gruppo, un’azienda, una società sportiva.

Non un sapere astratto da applicare dall’alto, ma uno sguardo che prova a tenere insieme le cose.

Non una risposta standard, ma un lavoro che si costruisce nella complessità.

Non una lettura parziale, ma una comprensione più ampia, più precisa, più aderente alla realtà.
 
In tutto ciò che faccio, il mio obiettivo resta lo stesso: costruire interventi che siano davvero utili, capaci di incidere sul benessere e sulla prestazione, senza sacrificare la profondità in nome della semplicità e senza complicare inutilmente ciò che può diventare chiaro.
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