La paura di lasciarsi andare: perché rilassarsi è così difficile per alcune persone

Quando il rilassamento non è davvero rilassante

Per molte persone rilassarsi non è naturale.
Anzi, a volte è proprio nei momenti di pausa che emergono agitazione, pensieri intrusivi, irrequietezza o una strana sensazione di vuoto.

Succede quando finalmente ci si ferma dopo una giornata intensa. Il corpo rallenta, gli impegni finiscono, il silenzio aumenta. Eppure qualcosa dentro continua a correre. Come se spegnere il controllo fosse pericoloso.

All’esterno queste persone appaiono spesso efficienti, responsabili, sempre attive. Sono quelle che “tengono tutto insieme”, che faticano a delegare, che si sentono più sicure quando hanno qualcosa da fare. Ma appena provano a fermarsi davvero, emerge tensione.

Perché?

Perché, in alcuni casi, il rilassamento non viene vissuto dal sistema nervoso come sicurezza, ma come perdita di controllo.

Il corpo che impara a restare in allerta

Il nostro organismo impara dalle esperienze.
Se per molto tempo abbiamo vissuto in ambienti imprevedibili, emotivamente instabili o fortemente prestativi, il corpo può sviluppare un assetto di vigilanza costante.

Non è una scelta cosciente. È adattamento.

Il sistema nervoso, nel tempo, si abitua a funzionare “ad alta attivazione”. E quando finalmente arriva il momento di lasciarsi andare, quella condizione di quiete può essere percepita come estranea, persino minacciosa.

Come spiega Stephen Porges, il sistema nervoso non risponde solo agli eventi reali, ma soprattutto alla percezione di sicurezza o pericolo. Se il corpo non si sente davvero al sicuro, non riesce ad abbandonare la modalità di difesa.

Ecco perché alcune persone:

  • fanno fatica ad addormentarsi nonostante la stanchezza;
  • sentono il bisogno costante di controllare;
  • si irrigidiscono appena perdono riferimenti;
  • vivono il riposo con senso di colpa;
  • non riescono a “staccare” nemmeno in vacanza.

Il controllo come strategia di sopravvivenza

Molte persone non controllano tutto perché sono forti.
Controllano tutto perché, in profondità, temono cosa potrebbe succedere se smettessero di farlo.

A volte il controllo nasce da esperienze in cui sentirsi vulnerabili non era possibile. Ambienti in cui bisognava essere sempre lucidi, disponibili, performanti, maturi. Così il corpo ha imparato a restare contratto, pronto, organizzato.

Ma restare sempre in controllo ha un prezzo.

Alexander Lowen scriveva che «una persona cronicamente tesa perde la capacità di abbandonarsi al piacere e alla vitalità».
Quando il corpo non riesce più a lasciarsi andare, anche le emozioni iniziano a circolare meno liberamente.

La respirazione diventa superficiale. I movimenti più trattenuti. Il sonno meno rigenerante. Perfino il piacere può diventare difficile da vivere pienamente.

Lasciarsi andare non significa perdere sé stessi

Una delle paure più profonde è che rilassarsi significhi abbassare le difese troppo presto.
Come se mollare anche solo per un attimo potesse far emergere qualcosa di ingestibile.

Eppure lasciarsi andare non significa perdere controllo della propria vita. Significa, gradualmente, smettere di vivere come se si fosse costantemente sotto minaccia.

Il problema è che molte persone cercano di rilassarsi “mentalmente”, senza coinvolgere il corpo. Ma il corpo non si convince con la logica. Ha bisogno di esperienze concrete di sicurezza.

Peter A. Levine sottolinea che il trauma e lo stress cronico non risiedono solo nei ricordi, ma nelle risposte corporee incomplete che continuano a mantenere il sistema nervoso in allerta.

Per questo, spesso, dire a qualcuno “rilassati” serve a poco.
Non basta volerlo. Bisogna sentirlo possibile.

Reimparare la sicurezza

Il rilassamento autentico non è uno “spegnersi”.
È la possibilità di restare presenti senza dover essere continuamente in difesa.

A volte il primo passo non è rilassarsi completamente, ma tollerare piccoli momenti di allentamento:

  • respirare più lentamente;
  • appoggiare davvero la schiena a una sedia;
  • camminare senza fretta;
  • stare nel silenzio senza riempirlo subito;
  • concedersi pause senza sentirsi improduttivi.

Sembrano dettagli piccoli, ma per alcuni sistemi nervosi sono esperienze profondamente nuove.

Il corpo ha bisogno di capire che può abbassare la guardia senza crollare.

Tornare ad abitare sé stessi

Molte persone non sono stanche solo per quello che fanno.
Sono stanche per il continuo sforzo di restare contratte.

E spesso non se ne accorgono nemmeno, perché quella tensione è diventata identità. È diventata normalità.

Ma vivere sempre trattenuti riduce lentamente la vitalità.
Si perde spontaneità, fluidità, contatto con il piacere semplice di esistere senza dover continuamente dimostrare qualcosa.

Come scrive Bessel van der Kolk, «sentirsi al sicuro con altre persone è probabilmente l’aspetto più importante della salute mentale». Ma quella sicurezza, prima ancora che nelle relazioni, deve poter essere percepita nel proprio corpo.

Forse lasciarsi andare, alla fine, non significa smettere di essere forti.
Significa smettere di vivere come se la forza fosse l’unico modo possibile per sopravvivere.

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Riferimenti bibliografici

• Bessel van der Kolk (2015). Il corpo accusa il colpo: Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche. Corbaccio.

• Alexander Lowen (2014). Il linguaggio del corpo: Il movimento per liberare le emozioni bloccate. Astrolabio Ubaldini.

• Peter A. Levine (2014). Waking the Tiger: Healing Trauma. North Atlantic Books.

• Stephen Porges (2014). La teoria polivagale: Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazione. Giovanni Fioriti Editore.

• Antonio Damasio (2021). Il sé viene alla mente: La costruzione del cervello cosciente. Adelphi.

• Robert M. Sapolsky (2012). Perché alle zebre non viene l’ulcera? Le risposte della scienza allo stress, alle malattie e al benessere. Castelvecchi.

• Vicelli, A. (2023). Sentirsi, il tempo e lo spazio delle emozioni. Independently published.

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