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Di fronte alla meravigliosa stranezza del mondo, cosa resta dello stupore?

Angelo Vicelli No Comments

Ogni riverbero di stupore inizia da una sorpresa.

Per addentrarsi tra le meraviglie evocate ed evocanti lo “stupore” occorre prima distinguerlo dalla sorpresa. Nel sorprendersi si coglie l’immediatezza e la fugacità di questa emozione, che tra tutte, è la più breve. Nello stupirsi l’emozione ha il tempo di trasformarsi in sentimento e di coinvolgere anche la ragione, in particolare una maggiore astrazione del pensiero e una diversa percezione di quanto ci circonda.

La bocca si schiude, le sopracciglia si inarcano, gli occhi si spalancano e le pupille si dilatano. Tutto accade in un attimo, e voilà, siamo sorpresi! La sorpresa è una delle emozioni primarie, che ci portiamo dietro dalla nascita, ma anche prima. Infatti, anche i feti nell’utero reagiscono a forti rumori con uno dei riflessi primitivi, il “riflesso di moro”, un sobbalzo unito all’apertura delle braccia. L’energia scorre verso il cuore, ma soprattutto verso la testa, facendo in modo di eccitare gli occhi per renderli più pronti a raccogliere maggiori informazioni possibili dall’imprevisto. Per descrivere questa emozione, si usa l’espressione “rimanere a bocca aperta”, modalità che effettivamente facilita una respirazione profonda, favorendo così lo sforzo muscolare in caso di attacco o fuga.

Oltre a ciò, nello stupore, si aggiunge la tendenza delle labbra a sporgere leggermente in fuori. Infatti, dopo una prima inspirazione profonda, associata al sussulto per la sorpresa, segue una vigorosa espirazione che spinge le labbra verso l’esterno. Questo movimento ricorda quello di scimpanzé e orango colti da stupore, anche se in misura ridotta.

Come ci rapportiamo oggi con lo stupore?

Dopo che una visione deterministica ha dominato la storia della scienza per qualche secolo, dagli inizi del secolo scorso siamo tornati all’era delle meraviglie, dove anche le nozioni base di spazio e tempo sono state messe in crisi e, così, lo stupore è tornato ad accompagnare le giornate degli scienziati.

Proprio colui che ha rivoluzionato il nostro modo di concepire la realtà in epoca moderna, Albert Einstein, riflette su questo argomento:

“Se non sei in grado di provare né stupore né sorpresa sei per così dire morto, i tuoi occhi sono spenti”.

Il fisiologo Malgaroli dà supporto alle parole del fisico, affermando che lo stupore risulta essere una forma di plasticità mentale che si dovrebbe tenere viva a tutte le età.

Purtroppo, nella nostra epoca, sempre di più, si tende a vivere “di corsa” e si tende ad avere ogni cosa subito. Non si esplora il mondo per il puro piacere della scoperta, ma sopra ogni cosa per mettere in mostra il proprio potere. Occorre riscoprire quindi sempre di più il valore della propria ignoranza; ammettere il proprio “non sapere” è un prerequisito per meravigliarsi e rimanere stupiti.

L’etimologia della parola stupore ci riporta un significato di rimanere fermi, immobili. Anche questa peculiarità sta quasi scomparendo, in un mondo in rapido cambiamento, per stare al passo con l’evoluzione, sembra quasi non ci sia il tempo di rallentare, di fermarsi per meravigliarsi di fronte ad un cielo stellato o un tramonto, per stupirsi di un gesto o di un contatto piacevole e inaspettato.

Alla ricerca dello stupore

Stupirsi di fronte alla meravigliosa stranezza del mondo è un’esperienza particolarmente radicata nel presente. Attraverso una singolare ricerca, Rudd ha rilevato come lo stupore possa dilatare la percezione del tempo. Questa caratteristica mi fa sorgere delle domande su un parallelismo con lo stato di “flow”, una condizione che in psicologia dello sport si usa per indicare un momento di eccellenza nella prestazione. Potrebbe essere interessante indagare possibili relazioni tra stupore e flusso. Sempre Rudd trova che stupirsi sembra rendere più pazienti, meno materialisti e più desiderosi di aiutare gli altri.

È stato anche analizzato in una recente ricerca di Stellar, come ammirare un’opera d’arte, gustare il fascino del mondo naturale o ascoltare una piacevole sinfonia possa proteggerci da disturbi cardiocircolatori, artrite, depressione. A seguito di queste esperienze sono stati rilevati minori livelli di citochine infiammatorie nel sangue.

Sempre più ricerche mettono in relazione la capacità di stupirsi con la capacità di apprendimento, indagando i forti legami tra stupore e attenzione.

Parlando di indagine nel campo scientifico, molti progressi sono stati prodotti da una particolare capacità, profondamente legata allo stupore, o meglio alla gestione dello stesso: la serendipità. Si tratta di scoprire qualcosa di imprevisto mentre si sta cercando tutt’altro. Per far sì che accada questo stupefacente evento, occorre essere aperti alla sorpresa e farsi trasportare dallo stupore.

“Io continuo a stupirmi. È la sola cosa che mi renda la vita degna di essere vissuta.” Oscar Wilde

Cosa possiamo fare?

  • Ogni tanto concedersi di vivere il momento presente, senza spostarsi con il pensiero nel programma del futuro o nel ricordo del passato.
  • Sciogliere le tensioni muscolari croniche, queste non permettono ad esempio all’energia di fluire negli occhi o di lasciar cadere la mandibola nella libera espressione di stupore.
  • Posare l’attenzione proprio sui dettagli dell’ambiente circostante.
  • Provare a carpire collegamenti tra situazioni differenti, proponendo un’integrazione.
  • Aprirsi al cambiamento e provare nuove esperienze, meglio se coinvolgono diversi sensi (ad esempio “la cena al buio” o il “contatto experience”).
  • Per stupirsi bisogna saper attendere.
  • Infine, salvaguardare i perché dei bambini e stimolare altre domande. “Tutelare lo stupore dei bambini significa favorire la nostra evoluzione”.

Qual è la tua relazione con lo stupore? Prova a ricordare l’ultima volta che ti sei stupito.

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Cosa significa essere resiliente?

Angelo Vicelli No Comments

Innanzitutto che cos’è la resilienza?

Le origini del termine sembrano radicarsi nella metallurgia e nella scienza dei materiali, nel cui contesto indica la capacità di riprendere la forma originale dopo aver subito un piegamento, allungamento o compressione. Poi il termine si è diffuso ed è diventato di utilizzo trasversale: informatica, ingegneria, medicina… e psicologia.

Proprio in psicologia spesso viene considerato resiliente colui che nell’esperienza traumatica non vive alcun dolore, come se attorno alla persona ci fosse una guaina protettiva ed ogni problema “rimbalzasse” senza sofferenza. Anche l’etimologia sembrerebbe confermare questa tesi, con l’origine latina dal verbo “resalio”, iterativo di “salio”, che significa appunto rimbalzare. In realtà mi sembra più appropriata la suggestiva interpretazione secondo la quale il termine indicava l’atto di risalire sulla barca capovolta dalle onde del mare.

La cultura orientale è da sempre volta a questa interpretazione delle esperienze traumatiche: in Giappone esiste una particolare tecnica, detta “kintsugi”, che consiste nel riparare gli oggetti che si rompono riempiendo le spaccature con dell’oro, sottolineando metaforicamente come sia possibile riprendersi da una ferita, uscendone arricchiti dall’esperienza.

“È nella crisi che nascono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.” A. Einstein

La singolarità della resilienza è proprio questa: i momenti di difficoltà possono dimostrarsi vantaggiosi. Sempre e in qualunque caso? Proprio no, saremo in grado di trasformare le difficoltà, piccole o grandi, in opportunità di crescita solo se affrontiamo lo studio, il lavoro e la vita con un atteggiamento che sia orientato alla ricerca di una soluzione. In cinese, l’ideogramma “crisi” è un simbolo composto da due segni: “pericolo” e “momento cruciale”. Per quanto riguarda il secondo segno, sta a noi trasformarlo in “opportunità”. E tu quale scegli? 

Quiz di autovalutazione

Un piccolo test per scoprire quanto siete stati resilienti nel vostro percorso di vita.

“È necessario sapere se un individuo continuerà ad andare avanti anche quando la situazione diventerà frustrante. La mia impressione è che, dato un determinato livello di intelligenza, il reale successo di un individuo sia funzione non solo del talento, ma anche della capacità di sopportare la sconfitta.” D. Goleman

  1. Nel tuo lavoro sei avvolto in una routine senza possibilità di fermarti per trovare nuove soluzioni ai problemi quotidiani?
  2. Quando parli con qualcuno rimani sempre rigido sulle tue convinzioni o sei aperto a nuove possibilità?
  3. Di fronte ad una nuova sfida sei stimolato o paralizzato?
  4. Se ti si dovesse spegnere il computer a metà del lavoro senza aver salvato quello che avevi scritto fino a quel momento come reagiresti? Passi molto tempo con manifestazioni di rabbia oppure provi a pensare che magari è un’occasione per fare meglio quello che avevi già scritto?
  5. Quando ti capita di perdere una gara nel tuo sport ti lasci sopraffare da rabbia e tristezza oppure ti viene voglia di allenarti ancora di più per migliorare?
  6. Prima di un esame universitario, o di altro tipo, sei molto ansioso. Rimani paralizzato oppure provi a pensare che potrebbe essere un’opportunità di imparare a gestire quella situazione?
  7. Di fronte ad una difficoltà che può essere di diverso tipo (es. non parte la macchina, non riesco a trovare lavoro…) te la prendi con il destino oppure ti orienti a trovare una soluzione?
  8. Quando fallisci prendi spesso delle scuse (non ho avuto tempo, c’era traffico, non ho trovato un passaggio…) oppure ti prendi la responsabilità e ti impegni per recuperare?

In definitiva quali sono parole chiave che organizzano la tua vita?

  • lamentele, scuse, rigidità, paralisi…
  • opportunità, apertura, responsabilità, imprevisto…

Valutazione “in equilibrio”

Propongo anche un piccolo esempio di come può essere valutato il grado di resilienza applicando le considerazioni sopra riportate alla capacità di equilibrio.

Facciamo salire una persona su una pedana propriocettiva e gli chiediamo di rimanere in equilibrio per 1 minuto. Se per quella persona fosse troppo facile farlo con due piedi, possiamo chiedergli di farlo con un piede solo o addirittura con gli occhi chiusi, fino a che troviamo un livello di difficoltà adeguato per quella persona, in modo da fargli perdere l’equilibrio almeno qualche volta.

La valutazione, a questo punto, si concentrerà non tanto su quante volte perderà l’equilibrio, ma se e quanto tempo ci mette per “provare” a recuperarlo. Questo è solo un esempio, che può essere traslato anche in altri modalità, purchè, come in questo caso, dia la possibilità di fare una valutazione con una o più situazioni in cui non si riesce nell’obiettivo, situazioni di fallimento, di “caduta”, di “perdita dell’equilibrio”.

 

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Master in Psicologia dello Sport 2018

Dott. Vicelli Angelo | Docente al Master annuale